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Tidal Waves
Afro-reggae da Johannesburg, Sud Africa:
“Original music for original people”

A cura di: Pavle Djukic


Nel corso degli ultimi anni i Tidal Waves si sono affermati quali una delle band più attive ed acclamate del Sud Africa, guadagnando una formidabile reputazione con concerti in tutti i migliori club, durante importanti eventi musicali del paese e con il tour “Back to My Roots”, che li ha visti condividere il palco con artisti del calibro di Burning Spear, The Wailers e Culture.
La band è formata dai due membri fondatori, - l’eccezionale chitarrista, vocalist e armonicista Jacob “Zakes” Wulana, e l’irrefrenabile batterista, vocalist e percussionista Samuel “Drumbo” Shoai, - e da Andile “Topline” Kafu alle tastiere e Nhlanhla “Lucky” Mthalane al basso. I Tidal Waves hanno inciso tre album e sono recentemente stati protagonisti di due riuscitissimi tour in Nuova Zelanda (2003) e in Europa (2005). L'intervista che segue è stata fatta alla fine di una potente esibizione del gruppo a Firenze, durante una serata organizzata da Novaradio presso il Parco dell'Anconella a fine agosto del 2005.:


Potreste introdurvi e raccontarmi un po' del gruppo, delle sue origini, eccetera?
Samuel: Sono Samuel Shoai, il batterista dei Tidal Waves. E' la prima volta che il nostro gruppo viene in Europa, è la prima volta che suoniamo in Italia. Facciamo reggae, che contaminiamo con la musica tradizionale africana, il blues, anche il rock... perché abbiamo visto che per portare il reggae ad un livello superiore dobbiamo metterci qualche ingrediente in più. Il nostro messaggio, anche se alcune persone possono dire che è politico, riguarda la nostra vita sociale. Ciò di cui sono fatte le nostre canzoni è quello che vediamo e quello che proviamo, le notizie che sentiamo dalla nostra prospettiva... queste sono le cose che ci ispirano. Questo in generale, ma in particolare quelle che trattano di Uomo e Natura.

Che cosa vuoi dire con “Uomo e Natura”?
Samuel: Voglio dire, per esempio, i diritti della gente povera, i diritti degli indigeni che vengono allontanati dalle loro terre di origine perché lì magari ci sono i diamanti o qualcosa del genere. Poi, per quanto riguarda la Natura, la distruzione dei fiumi, sai, i letti del fiume. Il modo in cui l'Uomo sta trattando la Natura ora. Per via dello “sviluppo”, sai? Ci preoccupano molto queste situazioni, ci preoccupano molto. Quindi sono queste le cose che ci ispirano e che puoi trovare dietro ai nostri messaggi, nella nostra musica.

Ho sentito che siete andati in Nuova Zelanda a suonare.
Samuel: Sì.

E che ci tenete molto ai Maori e alla loro causa. Avete anche scritto una canzone su di loro, giusto?
Samuel: Sì, è vero. Per quanto mi riguarda, avevo conosciuto una sorella che abita lì e fa l'antropologa. Quanto lei ama il suo paese e la sua cultura, la sua lingua, quanto conosce bene la propria terra... mi sono reso conto che non conoscevo il mio paese quanto avrei dovuto conoscerlo. Perché la gente mi chiedeva del mio paese e sapevo poco del mio paese, e mi sentivo così piccolo, sai? Ma allo stesso tempo questa cosa mi incoraggiò molto... il loro amore per la propria cultura e la propria tradizione mi ispirò molto, mi fece e mi fa tuttora rispettare tanto i Maori. Un'altra cosa è quella degli antenati... noi, per via di influenze – estranee alla nostra cultura originaria – non consideriamo più i nostri antenati: li ignoriamo. E quando scoprii che i Maori sentivano profondamente questa cosa ancestrale, sai, questo mi fece riflettere. Li rispetto per questo... perché noi come africani siamo visti come delle persone che dovrebbero essere coscienti di queste cose mentre, sfortunatamente, spesso non lo siamo. Loro mi hanno ispirato e ora sono tornato alle mie radici. Ora sono più consapevole del contributo dei miei antenati, rispetto a quanto lo ero prima di andare in Nuova Zelanda.

Mi potete dire qualcosa del messaggio che la musica reggae rappresenta per voi? Cosa vi attraeva del reggae all'inizio?
Zakes: Io sono Zakes. Per quanto mi riguarda, erano tempi di rivoluzione in Sud Africa, quando la gente ancora viveva sotto l'apartheid. E durante quei giorni nelle scuole c'erano degli insegnanti che si schieravano contro il sistema, ma non era possibile gridarlo forte, e quindi facevano delle chiaccherate speciali con le classi... dicevano “parliamo ora di cose serie, però non voglio che voi portiate fuori queste cose, sono solo per noi qua dentro la classe”. E parlavamo di storia, di come il paese fu perso e come eravamo stati invasi, tutte quelle cose. E proprio in quel periodo, quando i giovani iniziavano a ribellarsi, c'era questa musica che arrivava dalla Giamaica, e quando compravamo gli album, i vinili, questi tipi avevano i dreadlocks! Noi in Africa avevamo perso quella cultura molto tempo fa, non sapevamo nemmeno che fosse possibile far crescere i dreadlocks. Sapevamo solo che ci si poteva semplicemente pettinare, sai? E questa musica era rivoluzionaria. La gente che faceva questa musica parlava di problemi quotidiani, di vita quotidiana... di come la gente viveva e piangeva e si addolorava... di tutte quelle cose. Quindi, per noi, era musica che dava un sacco di speranza e coraggio di andare avanti e lottare, perché c'erano canzoni che dicevano “equal rights and justice” e “get up stand up, fight for your rights”. Questi messaggi arrivavano e noi studenti abbiamo cominciato a fare rivolte contro di loro, contro il governo, tirando sassi contro la polizia. E fu così che la musica reggae entrò nelle nostre vite. Avevamo capito poi che se vuoi diffondere un certo tipo di messaggio, il ritmo adatto per quel tipo di messaggio era la musica reggae. Perché il ritmo che il reggae porta è nel tempo del battito del cuore. E quando il reggae pompa insieme al cuore, qualcuno che lo sta ascoltando può sentire il ritmo, e mentre sente il ritmo il messaggio può raggiungere il cuore dei cuori.

Quindi pensi che la musica sia importante come veicolo?
Zakes: Sì, la musica è il nostro linguaggio...

Per raggiungere intimamente le persone?
Zakes: Sì, è una cosa molto buona. Con la musica possiamo riparare il mondo, e con la musica possiamo perdere il mondo di nuovo. Possiamo perderlo. Perché è così potente che può raggiungere le parti dentro un essere umano che nessuno può toccare direttamente
Samuel: Per esempio, quello che abbiamo imparato qui in Italia è che c'è questa musica che chiamano... come la chiamano?
Zakes: Pizzica...
Samuel: Pizzica, sì! La conosci? E' la musica che curava le persone. Quindi con la musica non si tratta di commercializzazione, com'è ora in questo momento. Sai, anche noi come musicisti siamo stati in qualche modo commercializzati inconsciamente. Perché se non siamo là fuori diffondendo la musica e a essere famosi, non crediamo di aver fatto abbastanza, sai che ti voglio dire? Però poi trovi persone in mezzo alla folla che ti dicono “ragazzi, ero molto giù e la vostra musica mi ha sollevato il morale” oppure “non volevo andare a lavorare però quando ho ascoltato i vostri CD, ho sentito che dovevo alzarmi e mettermi al lavoro”. Quindi la musica dipende anche da quale situazione ti trovi come ascoltatore. Se sei malato, a volte la musica ti può curare. Se ti senti solo, la musica ti può consolare, sai? E per quello che la musica, sin dall'inizio, riguardava la guarigione e riguardava il far star meglio le persone rispetto a sé stessi, sai che ti voglio dire?

E quali erano le vostre influenze quando avete cominciato ad ascoltare il reggae? Quali erano le influenze in Sud Africa in quel periodo? Ho sentito che Lucky Dube dice che Peter Tosh è stato molto importante per lui...
Zakes: Sì. Gente come Bob Marley, Peter Tosh e tutti quei fratelli in Giamaica... loro erano per noi l’ispirazione più importante. Però avevamo un retroterra della nostra musica locale che ci aveva ispirato ad essere musicisti. Poi quando venne il reggae, quello che abbiamo fatto è stato convertire le cose che sapevamo nel ritmo che conoscevamo e capivamo meglio. Comunque, dove siamo cresciuti, il nostro ambiente culturale era molto importante. C'erano molti cantanti e ancora ora abbiamo tanti cantanti, perché la musica è ovunque. In ogni angolo dei ghetti dove abitiamo vi sono persone che stanno all'angolo della strada e fanno musica, cantano... ci sono sia ragazzi che ragazze e c'è sempre musica. E poi da quello si passa agli strumenti musicali, quelli elettrici. Quando eravamo giovani, vedevamo dei gruppi e pensavamo: “Voglio essere come quell'uomo lì!”... e poi anche il reggae ci trovò... ci piaceva profondamente, anche il messaggio. E quindi abbiamo convertito i nostri talenti, dedicandoci alla musica reggae, studiandola. E quando cominciammo a fare musica con i Tidal Waves, decidemmo che dovevamo avere il nostro sound. Non avremmo dovuto avere un suono come Bob perché ci aveva ispirato, oppure come Peter o Bunny o Jimmy Cliff oppure Toots, sai? Volevamo avere anche noi il nostro sound... l'identità dei Tidal Waves che è “original music for original people”, musica originale per gente originale. Quello è il sound che suoniamo. Il nostro sound. Sai, stiamo semplicemente ampliando quella cosa, perché stiamo costruendo la città della reggae music. E quindi anche qua in Europa stiamo portando un paio di mattoni per costruire la città della musica reggae.

Quando avete cominciato a suonare il reggae?
Samuel: A tempo pieno verso il 1988/1989. Prima di allora suonavamo il reggae ma non come un tipo speciale di musica. Lo suonavamo insieme ad altri tipi di musica. Intorno al 1989 cominciammo a suonare propriamente il reggae... c'era questo gruppo che si chiamava Da Ghetto, che è stato il nostro gruppo originario.

Da Ghetto?
Samuel: Sì, ci chiamavamo Da Ghetto, che significava “God helps every talent to overcome”. Registrammo un album che però non vendette molto bene. Suonammo poi con un altro tipo che si chiamava Harley. Registrammo un disco che fu il miglior album reggae in Sud Africa, vinse i Summer Awards. Poi, dopo qualche anno, smettemmo di suonare con lui e cominciò il progetto Tidal Waves con Jacob “Zakes”. Avevamo registrato il primo album con BMG. Non funzionò tanto bene però ci aprì tante strade perché dopo abbiamo fatto da spalla a concerti in Sud Africa per gruppi come Burning Spear, Wailers e Culture. Era un onore per noi perché queste erano le leggende che noi ascoltavamo mentre crescevamo. Quindi, vederli e suonare con loro sul palco era semplicemente stupefacente. Da lì abbiamo poi fatto il nostro secondo disco, che era una produzione indipendente. Ci ha aiutato un tipo inglese, Paul. Finanziò il progetto ed è per quello che ora abbiamo “Harmony Jah”. Abbiamo fatto uscire il nostro terzo album – “Muzik an de method” – circa un mese fa, poco prima di partire per l'Europa. E' roba indipendente. Wolmer Records ci sta aiutando. Non è facile, però loro contribuiscono. Ed è così che siamo arrivati a fare il terzo album. Siamo fieri che con quei piccoli risultati positivi che abbiamo avuto e con tutti quegli ostacoli e tutto il resto, ora siamo qua e stiamo crescendo. E crediamo che cresceremo sempre di più. Basta che rimaniamo uniti come gruppo e che continuiamo ad avere opportunità di questo tipo, sai... perché è tanto tempo che aspettiamo. Molta gente che incontravamo in Sud Africa ci diceva “voi dovete andare in Europa, ci dovete andare ragazzi”... e quindi ci sentiamo fortunati di essere qui.

E come era con la musica reggae sotto l’Apartheid? Ho sentito dire che era quasi illegale... com’era la situazione?
Zakes: Il governo era sin troppo sensibile. Qualsiasi cosa arrivasse nel loro paese, l'analizzavano e controllavano cosa stava succedendo, cosa poteva insegnare alla gente. E la musica reggae era la musica che aveva motivato un sacco di persone a ribellarsi contro il sistema. Sai, il reggae era come una figura di madre, che aiutava la gente a capire se stessi e a lottare contro quel sistema che li stava opprimendo.

Più di ogni altra musica?
Zakes: Sì, più che altro il reggae e la musica folk, che è la nostra musica tradizionale. Ci piacevano quei musicisti che non parlavano d’amore e basta, sai, che non scrivevano solo di amore. Loro scrivevano della situazione della gente nel loro paese, o nel villaggio in cui abitavano. Quella musica era la musica reggae. Se lo guardo da un punto di vista musicale, per me il reggae e quella musica folk erano la stessa musica. Il reggae è musica roots, con le radici. E la musica che suonano dalla campagna è musica roots... ha gli elementi della musica reggae. Comunque, il reggae durante i giorni dell’Apartheid rappresentava una minaccia per il governo e quindi lo dovevano fermare. Facevano uscire solo alcune delle canzoni. Avrebbero dovuto esserci delle canzoni su un album ma loro dicevano “non vogliamo questa canzone”. Una di queste canzoni era “Apartheid” sull'album “Equal Rights” di Peter Tosh. In quel pezzo lui cantava del Sud Africa, e la canzone diceva combatti l'Apartheid. Aveva fatto uscire l'album a livello internazionale, con quella canzone, ma quando lo stesso album uscì in Sud Africa, quella canzone “Apartheid” sul disco non c’era. Fu cancellata dal disco che doveva uscire in Sud Africa. Quindi erano totalmente contro certe cose. Canzoni come “Remake the world” di Jimmy Cliff, dove lui canta “too many people are suffering” (troppa gente sta soffrendo)... il governo era contro quel pezzo. Se cantavi quel pezzo, anche solo te come persona per la strada, ti arrestavano. Quelle erano le sofferenze della musica reggae durante i tempi dell'Apartheid. E se eri un rastaman, gli sbirri ti inseguivano... ti tagliavano i dread, ti rompevano i dischi, prendevano qualsiasi cosa che stava fra le tue carte, tutto. Volevano informazioni. Se riuscivano a metterti in relazione a questioni politiche, ti arrestavano per eresie politiche.

E com’è la situazione ora?
Zakes: Ora la musica reggae non è una minaccia per il governo, perché il nostro governo attuale è un governo democratico, dove tutti dicono quello che vogliono. C'è libertà di parola. Noi siamo contenti perché l'Africa sta facendo dei progressi. E' bello vedere che uno dei paesi dell'Africa potrebbe essere come un faro per il continente intero, capace di far vedere che la guerra non risolverà niente. La guerra può solo danneggiare il continente nel suo insieme. La cosa da fare è sedersi e riconciliarsi. E ciascuno dovrebbe prima riconciliarsi con se stesso e solo dopo tentare di riappacificarsi col nemico, sai che ti voglio dire? Questa è la filosofia di Mandela, è qualcosa che lui insegna all'umanità intera. Secondo noi Mandela non è lì solo per il Sud Africa, è lì per il mondo intero. E' una di quelle persone che arrivano magari solo una volta in una generazione, oppure una volta in un decennio, o secolo. Sono persone molto speciali per noi. Rispettiamo tanto il vecchio, perché per noi è come una specie di profeta, sai? Non è un semplice politico... noi non lo vediamo come un politico. Ha delle cose da insegnarci, e sono cose per noi vere. Ed era difficile insegnarci che ci sono dei “sudafricani”, perché c'era stata una situazione di vera repressione, criminalizzazione e discriminazione. Ed era difficile per i neri riappacificarsi con i bianchi in Sud Africa, come era difficile anche per i bianchi riconciliarsi con i neri. C'era una divisione in due nazioni, per via del colore della pelle. I neri pensavano “quello lì mi reprimeva, quindi è il mio nemico”, mentre i bianchi pensavano “quello lì vuole prendere le mie cose, quindi è il mio nemico”. E Mandela arrivò in quel momento per unire questi due popoli, dicendo “la storia è questa qui: perdonate quello che vi è stato fatto o quello che avete fatto ad altri... riconciliatevi e perdonatevi a vicenda. Non dimenticheremo la nostra storia, rimarrà sempre la nostra storia. Però perdoneremo. Quindi che ci sia il perdono”... e il paese intero sta emergendo dal continente, per far vedere all'Africa che ci sono modi e sistemi migliori per governare. Quindi, non fare il dittatore e neppure usare i militari per uccidere tutti quelli che non ti ascoltano... solo sparare ed ammazzare. Perché, sai, in Africa c'è quell'esempio lì. E noi, in quanto musicisti reggae, ancora cantiamo di quello che ci pare. E cantiamo ancora della situazione che vediamo a casa... i fratelli senza lavoro, la gente affamata e quella che cerca aiuto da te. Continuiamo a cantare di quelle cose. E continuiamo a cantare di come ci reprimono perché fumiamo l'erba. Per noi è un'erba, e i dottori e gli scienziati l'hanno provato... perché allora devono continuare a farci problemi? Sai, tutte quelle cose lì. Noi parliamo di tutto quello che sta succedendo, e non meniamo il can per l'aia. Le cose le diciamo dritte in faccia perché siamo di un paese libero. Ora nasciamo liberi.

Quindi il reggae in Sud Africa è ancora una musica ribelle?
Zakes: Beh, ora c'è più dancehall, perché ci sono tutti questi deejay raggamuffin e roba così. Da noi, ogni Giovedì è serata reggae. La gente vuole rilassarsi e semplicemente andare alle serate per ascoltare musica reggae. Non si tratta di musica rivoluzionaria... si tratta di dancehall, sai, per far sì che la gente balli e continui a ballare. Però ci sono quelli che cercano di mantenere il messaggio come era inizialmente... sai, attenersi alle radici e al background fondamentale della musica reggae. Ci sono quei musicisti che ancora ricercano quelle cose e che provano a far uscire il messaggio.

Vi considerate fra questi musicisti?
Zakes: Noi siamo fra questi musicisti, perché non vogliamo suonare per il semplice gusto di suonare. Noi intratteniamo, però non siamo solo degli artisti esecutori. Quello che noi facciamo è “edutainment”... educhiamo attraverso l'intrattenimento. Per quanto ci riguarda, l'edutainment non è solo musica. Ti puoi divertire, però quando vieni a sentirci ci sono delle cose che proponiamo… riguardano come ti puoi comportare con i tuoi fratelli, con la tua moglie, come puoi trattare gli anziani. Sai, vedere le differenze e riconoscerle per quello che sono. Noi parliamo di tutte queste cose, anche dei politici e di come loro trattano il popolo. Parliamo di tutte queste cose e ci assicuriamo che la gente senta il messaggio e lo comprenda. Ed è per questo che ora ci sono tante persone che seguono i Tidal Waves. A casa nostra, in Sud Africa, c’è una gran massa di persone che ci segue. E siamo contenti di questo.

Grazie per la conversazione.
Zakes: Grazie a te.


Vibesonline.net - 2006

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I Tidal Waves saranno di nuovo in Europa per un tour nell'estate del 2006.

Discografia
1999 Hard Work (Jozi Vibes / BMG)
2002 HarmonyJah (Independent release)
2005 Muzik an de method (Independent release)

Risorse on-line
www.tidalwaves.co.za

Contatti e info:
Claudia Cancellotti: claudlet@tiscali.it
Tel. 0564 507872 / 347 0398706


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