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Gigi ‘T-Bone’ De Gaspari alla scoperta dell’America
A cura di: Pier Tosi

Non si puo’ certo dire che Gigi ‘T-Bone’ De Gaspari sia un musicista che perde il suo tempo: il suo fantasioso e potente trombone e’ da parecchi anni in forza in pianta stabile con Africa Unite e Giuliano Palma & The Bluebeaters mentre l’attenzione per un suo passato progetto chiamato Jamaican Liberation Orchestra lo ha portato anche a far parte stabilmente dei prestigiosi New York Ska Jazz Ensemble, uno dei migliori gruppi della scena ska-jazz statunitense. Il dividere il palco con i suoi compagni di questi tre gruppi evidentemente sta stretto a T-Bone e la scorsa primavera e’ uscito ‘Mister T-Bone sees America’, il nuovo CD frutto di un nuovo progetto che lo vede come autore e band leader interagire con i suoi colleghi italiani di Bluebeaters e Africa Unite ma anche con i migliori musicisti statunitensi della scena ska di gruppi come New York Ska Jazz Ensemble, Slackers e Rock Steady Seven. Nell’organico troviamo anche Larry McDonald, percussionista jamaicano di fama mondiale con un incredibile curriculum che parte dagli Skatalites ed i giovanissimi Wailers di Bob Marley per arrivare ad importanti collaborazioni con grandissimi della black music come Taj Mahal e soprattutto Gil Scott-Heron. ‘Mister T-Bone sees America’ e’ un disco freschissimo e solare in cui il talento di Gigi ed i suoi compagni riprende l’attitudine della grande musica jamaicana delle origini di unire lo stile del jazz ai suoni caraibici creando qualcosa di assolutamente nuovo e comunque ancora assai suggestivo nonostante siano passati alcuni decenni dal periodo d’oro dello ska delle origini . La benedizione di Charlie Mingus e la rilettura della sua ‘Good bye pork pie hat’ apre l’intero lavoro e si procede con una serie di ottimi brani originali in bilico tra ska, jazz e ritmi reggae : Gigi canta anche la maggior parte delle riuscitissime canzoni e dobbiamo dire che nonostante i talenti singoli dei grandi musicisti impiegati il suono e’ molto corale e quello che conta e’ veramente l’amalgama del risultato finale a cui i singoli interventi ed assoli sono finalizzati. Rispetto alla musica del precedente progetto di T-Bone il carattere jazzistico va un po’ in secondo piano ed emerge invece il gusto dei contagiosi ska e reggae grooves che trainano magistralmente delle scelte melodiche assolutamente impeccabili. Dopo un breve giro italiano di presentazione del CD con una band che impiega anche musicisti statunitensi, Gigi e’ ripartito in tour con Bluebeaters ed anche gli impegni con gli Africa Unite riempiono la sua agenda estiva: probabilmente ora si dedichera’ di nuovo a portare in tour questa progetto in europa ed USA. Nel frattempo ha trovato anche il tempo di rispondere ad alcune nostre domande.


D: Attraverso quale percorso musicale sei arrivato a suonare questa musica jamaicana molto intrisa di jazz?

R: Il mio percorso e’ stato lungo e breve allo stesso tempo: mi sono avvicinato in eta’ molto giovane al jazz appassionandomi al bebop e poi risalendo alle radici del jazz, il jazz tradizionale che ha molto in comune con la musica jamaicana. Questa musica e’ nata a New Orleans e questa citta’ non e’ nemmeno tanto distante dai Caraibi e le influenze sono molto simili. Da li ho conosciuto prima lo ska revival di bands come Specials e Madness e mi sono avvicinato all’original ska degli Skatalites e generalmente al reggae, dapprima i vecchi classici e piu’ di recente le ultime sonorita’ jamaicane.

D: Quali sono le tue influenze musicali piu’ importanti?

R: Le influenze sono tantissime: come trombonista ci sono delle influenze forti. La prima e’ quella del jamaicano Don Drummond ma non solo, anche gli altri Skatalites come Roland Alphonso, Tommy McCook, Lester Sterling, Baba Brooks. Ci sono artisti di New Orleans con un approccio molto simile a quello dei jamaicani. Per esempio Kid Ory suonava jazx tradizionale ma con uno stile molto simile a quello di Don Drummond. Altre grandi influenze al trombone sono Rico Rodriguez, JJ Johnson, Ray Anderson…Uno che mi ha molto influenzato e’ anche Tito Puente e la sua latin music, un armonicista come Toots Thielemans che mi ha aperto il cuore quando avevo quindici anni e sono riuscito a vederlo dal vivo per la prima volta solo qualche mese fa…

D: Come e’ nata l’idea di registrare ‘Mr. T-Bone sees America’?

R: Il tutto e’ nato da una bellissima jam improvvisata tra componenti di New York Ska Jazz Ensemble, Bluebeaters e Africa Unite: dalle vibrazioni di questa jam e’ venuta l’idea principale e mi sono detto: ‘voglio fare un disco, voglio farlo bene e voglio che me lo produca Vic Ruggero. In mesi di lavoro ho organizzato tutto e scritto e arrangiato i brani, poi sono volato a New York e sono stato li un mese mettendo insieme piu’ di venti musicisti provenienti da bands come Skatalites, New York Ska Jazz Ensemble,Rock Steady Seven, Bluebeaters, RN Tickets, Africa Unite. Il disco e’ anche distribuito in USA ed in europa e compatibilmente con i miei altri impegni lo portero’ in giro oltre che in Italia, in europa e in USA fino alla fine dell’anno con piu’ o meno la band che mi accompagna ora.

D: Che differenze ci sono tra questo progetto e l’avventura Jamaican Liberation Orchestra?

R: Jamaican Liberation Orchestra e’ il progetto che ho portato avanti dal ’99 fino al 2002 e la differenza fondamentale tra i due progetti e’ che JLO aveva un approccio piu’ jazzistico mentre il nuovo progetto riguarda il reggae groove piu’ in generale soprattutto riprendendo delle atmosfere delle origini del reggae e quindi c’e’ una maggiore apertura a vari influssi.

D: Dalla tua esperienza con New York Ska Jazz Ensemble e’ iniziata una sorta di connection Italia-USA: che differenze hai riscontrato tra musicisti USA e musicisti italiani con un background simile?

R: La differenza fondamentale sta nel tipo di approccio che i musicisti americani hanno con la musica in generale: qui in Italia la musica e’ vissuta in modo piu’ parziale in relazione a progetti come dischi o concerti mentre gli americani la vivono in modo piu’ viscerale. Non che questo non succeda anche in Italia ma qui per esempio facciamo caso piu’ al look della band o all’organizzazione del concerto mentre gli americani sono piu’ essenziali, la musica viene sempre e comunque prima di tutto poi seguono gli altri dettagli. Per i musicisti USA la musica e’ la prima cosa e viene allo stesso piano della vita stessa.

D: Mi sembra che negli ultimi anni sia uscita una scena italiana, una via italiana all’original jazz che puo’ comprendere te, i Bluebeaters, gli Orobians e altre bands come per esempio Roy Paci & Aretuska: se secondo te c’e’ questa scena, che peculiarita’ ha rispetto ad altre analoghe scene in altri paesi?

R: Non ti saprei dire: una scena c’e’ ma non ha una vita propria. Ci sono vari gruppi che si rifanno ad altri gruppi ma non c’e’ una vera e propria scena perche’ facciamo tutti cose piuttosto diverse. Io faccio un certo tipo di ska, Bluebeaters ne fanno un altro, Roy Paci un altro e gli Orobians un altro ancora. Diciamo che siamo tutti uniti sotto lo stesso tetto ma con differenze sostanziali senza una compattezza. Per esempio la scena newyorkese e’ piu’ compatta e formata da cinque o sei gruppi con interscambio di musicisti un po’ come succede per noi tra il mio gruppo, Africa Unite, Bluebeaters e RN Tickets.

D: Per i jamaicani, che hanno una coscienza storica pressoche nulla della loro musica, lo ska e’ la musica dei nonni ed e’ impensabile che una persona relativamente giovane ci si interessi: cosa invece per te tiene viva questa musica?

R: Non lo posso spiegare razionalmente: e’ una cosa che mi fa stare bene, mi piace…a volte anch’io mi chiedo ‘perche’ sono dieci anni che suono solo musica reggae e ska?’ . A me piacciono altri generi ma credo che attraverso la musica jamaicana io riesca ad esprimermi meglio. Molti ragazzi giovani si sono avvicinati al rocksteady quasi per moda, perche’ dopo il boom dei Bluebeaters hanno percepito lo ‘stile’ di questa musica e magari qualcuno ha anche approfondito il discorso…

D: Tu fai parte anche di Bluebeaters, New York Ska Jazz Ensemble ed Africa Unite: mi chiedevo se a livello di feeling tu viva in modo molto differente i tuoi progetti personali da queste altre esperienze piu’ ‘corali’.

R: Sicuramente i miei progetti mi coinvolgono in modo piu’ intenso ed allo stesso tempo tutti le altre tre esperienze che hai moninato hanno per me approcci molto diversi tra loro. Personalmente vivo i Bluebeaters molto istintivamente, molto ‘di pancia’, c’e’ una magia che accomuna noi sul palco e la gente sotto…con gli Africa e’ piu’…gli Africa sono una band storica ed ogni concerto e’ una sorta di celebrazione con brani che hanno quindici o venti anni. Con New York Ska Jazz ancora un feeling differente, una cosa tutta basata sul jazz, sull’improvvisazione, sulla jam session e l’approccio e’ enormemente stimolante.


Vibesonline.net - 2004

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