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JUNIOR KELLY

Foto: Jacopo Puggioli

A cura di: Pier Tosi
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Quando nel 2000 Junior Kelly è spuntato dal nulla con la sua ‘Love so nice’, una coinvolgente riflessione su temi amorosi cantata di getto sul ritmo di ‘Stir it up’ di Bob Marley, tutti si chiesero da dove arrivava questo nuovo sing-jay sorridente e dinoccolato: solamente in pochi sapevano che Junior aveva appena portato a compimento un paziente apprendistato iniziato nel 1985 con l’uscita del suo primo singolo ‘Over her body’. La notevole serie di singoli seguiti a breve distanza da ‘Love so nice’ ha dimostrato molto rapidamente di come il personaggio in questione non fosse solamente un ‘one hit wonder’ ma un artista con parecchio da dire ed una autentica nuova forza nella scena reggae. Già quando ancora non aveva un grosso repertorio Junior dava l’impressione di poter ‘cavalcare’ tranquillamente con successo anche ritmi dancehall ma con grande coerenza ha sempre evitato gli ‘ammiccamenti’ alla scena del bashment concentrandosi invece su una lunga serie di epiche roots tunes divenute in breve tempo dei classici. Il suo primo mini-tour italiano del 2001 infatti rivelava già un potente approccio roots dispiegato anche dal vivo in una estesa gamma di registri espressivi: Junior Kelly è in grado di incendiare la massive alla maniera di Sizzla e Capleton senza assumerne gli a volte sgradevoli atteggiamenti intransigenti, di far esplodere la gioia in canzoni come ‘Smile’ o ‘Prove my love’, di modulare sapientemente la sua intensità alla maniera dei cantanti soul nelle sue varie love songs e di esplicitare con forza il suo ‘blues’ in ‘Well runs dry’, da sempre uno dei momenti più forti del suo spettacolo. Junior è un artista molto sincero e diretto ed ama andare dritto al cuore del suo messaggio evitando categoricamente i gigioneggiamenti o i colpi di teatro di cui la tradizione del ‘deejay style’ è costellata: in questo è molto più vicino come attitudine ai grandi del roots come Bob Marley o Burning Spear e se il suo show è forse meno spettacolare di quello di artisti a lui affini stilisticamente ma più abili nel ‘mestiere’, il livello di intensità resta comunque difficilmente eguagliabile. In un mercato da troppo tempo contrassegnato dalla ridondanza e la sovrabbondanza delle produzioni molto spesso a scapito della qualità Junior è uno dei pochi artisti capaci di ‘dosare’ il suo talento, limitare le sue uscite mantenendo cosi’ un altissimo livello qualitativo: la serie dei suoi albums poi ha già almeno tre capolavori che saranno ricordati nella storia del reggae e cioè ‘Love so nice’ (2001), ‘Smile’ (2003) ed il suo ottimo ultimo CD 'Tough life'. Abbiamo incontrato Junior a Bologna prima di una delle date del suo recente tour italiano: la lunghezza e profondità dell’intervista dimostra la sua grandissima cordialità e disponibilità. L’ultima riflessione prima di leggere direttamente le sue parole riguarda il fatto che parlando con questo artista si ha l’impressione di rapportarsi ad un uomo che vive i problemi del suo tempo nella pratica di tutti i giorni e non ha difficoltà a trovare qualcosa in comune con il suo interlocutore. Nella scena reggae attuale è sicuramente in questo un’eccezione.


D: Come hai deciso di essere un artista reggae?

R: E’ stata la musica a scegliermi: non ho mai scelto di occuparmi di musica, è solo una cosa che mi è capitata prima che me ne rendessi conto. E’ una cosa che ha avuto a che fare con l’amore e non con il denaro, far star bene la gente e sapere che siamo una cosa sola a prescindere dalla nostra provenienza. Per me per esempio è un privilegio essere ora in Italia a diffondere il reggae e condividere questa esperienza con i miei fans.

D: Hai incominciato come tanti altri artisti cantando in chiesa?

R: No, mio fratello Jim Kelly scomparso nel 1983 era selecter del Kilimanjaro Sound, un sound attivo in Giamaica dai primi anni ’70. Lui fu il primo che mi fece uscire di casa portandomi nelle strade dove si ascoltava il reggae. Per me era quasi incredibile avere grandi artisti che venivano a casa nostra per parlare con lui, gente come U Roy, Charlie Chaplin, Joesy Wales, Brigadier Jerry, Super Cat. Venivano a casa nostra ed io li ascoltavo mentre parlavano di nuove canzoni da registrare. Per me era molto eccitante vedere come questi artisti passassero del tempo insieme e creassero musica.

D: Ho notato che hai nominato soltanto dei deejays: sembra che sin da quei tempi ti interessassero di più i deejays…

R: In realta’ no: In famiglia io sono il più piccolo e a quel tempo andavo a scuola ed era solamente un piacere impiegare il tempo ascoltando le loro storie. Parecchio tempo dopo ho iniziato a comporre le mie canzoni. All’inizio anch’io facevo il selecter di un sound system, poi ho iniziato ad esibirmi come vocalist nella mia comunità in cui ho avuto sempre molto supporto…

D: Hai avuto un successo enorme nel 2000 con ‘Love so nice’ ma sappiamo che il tuo primissimo singolo fu realizzato nel 1985 con il titolo ‘Over her body’ ma non l’abbiamo mai sentito: che tipo di brano era?

R: Era una canzone d’amore. Sono sempre stato affascinato dall’amore. Sono cresciuto in un ambiente dove mia madre e mia padre si amano molto e hanno sempre mostrato questo amore, cosi’ per me è facile scrivere di amore.

D: Tornando a ‘Love so nice’: c’è una storia particolare dietro quella canzone?

R: Si. Ero a Boston, negli Stati Uniti e nell’appartamento accanto al mio c’era questo ragazzo giamaicano che viveva con una ragazza americana e litigavano sempre piuttosto violententente. Io abitavo accanto e sentivo tutto. Era l’inverno del 1998 ed io ascoltavo Bob Marley, ascoltavo spesso ‘Stir it up’. I loro litigi continuavano ed un giorno io stavo ancora ascoltando ‘Stir it up’, dal nulla mi è arrivato questo ritornello e mi sono ritrovato magicamente a cantare sul break strumentale ‘If love so nice tell me why I hurt so bad…’. Quando sei al vertice di un amore non c’e’ nulla che possa essere comparato a questo sentimento. Purtroppo però accade lo stesso quando si soffre molto per amore. Molte volte quanto hai sofferto per amore decidi che non ti dovrà capitare più ma alla fine decidi sempre di concederti un’altra possibilità, cosi’ ‘se l’amore e’ cosii bello, ditemi perché sto soffrendo cosi’ tanto…’.

D: Ti saresti mai immaginato di avere un cosi’ grande successo con quella canzone?

R: No. Io come loro creatore voglio bene a tutte le mie canzoni e le tratto tutte allo stesso modo e dedico loro la stessa quantità di attenzione. Quando ebbi successo con ‘Love so nice’ non mi sorprese il fatto che avevo avuto successo perché in molti mi stavano dicendo che componevo belle canzoni e il successo sarebbe stato solo questione di tempo. La cosa che mi sorprese fu che il successo arrivò con ‘Love so nice’ perché era una cosa che non mi sarei aspettato.

D: Tu puoi cantare su ritmi dancehall con buoni risultati ma tutti i tuoi migliori brani sono su ritmi reggae ‘one drop’ più tradizionali…

R: Io sono legato a dei principi e dei valori che come essere umano non violerei mai, il principio dell’amore per la vita e per la gente. Io posso cantare su ritmi dancehall e su ritmi ‘one drop’ ma non voglio confinare la mia musica solo su un tipo di ritmi. Posso comporre una canzone ‘culturale’ su un ritmo dancehall ma non è cosi’ semplice. Molti artisti dancehall non sono in grado di comporre canzoni su ritmi reggae classici, sanno solo usare ritmi dancehall, ma per fortuna il mio talento mi consente di fare tutte e due le cose. L’importante è che il tuo messaggio sia valido spiritalmente e che sia pulito e ricco di qualità. Sono contento di poter comporre canzoni sia su ritmi dancehall che su ritmi ‘one drop’ perché questo aggiunge ricchezza alla mia musica. Io non voglio essere monodimensionale ma voglio arricchire la mia musica con molti argomenti e molte influenze. La musica è musica, se ho un’ispirazione e mi arriva sotto forma di un blues come per esempio ‘Well runs dry’, non posso lasciarmela scappare. So che è una vera e propria sfida ma la creazione artistica mi affascina in ogni suo aspetto. Credo che l’arricchire il più possibile la mia musica faccia bene a tutta la reggae music in generale.

D: Invece quali sono le tue ispirazioni quando si tratta di focalizzare un argomento o di veicolare un certo messaggio attraverso le liriche?

R: Questa è una buona domanda. Ho vari tipi di imput dall’esterno: sul giornale leggo le notizie internazionali e vedo quello che succede a causa di questi contrasti tra cristiani e musulmani, quello che succede il Iraq o in Afghanistan. In questo modo traggo delle idee per fare musica che possa consolare e fare stare meglio chi sta soffrendo. Mi ispiro ascoltando le chiacchiere ed i giochi dei bambini e ascoltando la musica di personaggi come Burning Spear, Israel Vibration, Ken Boothe, Alton Ellis, la vecchia guardia del reggae. Bob Marley, Peter Tosh, Bunny Wailer o i Congos: musica da cui traggo messaggi spirituali molto forti. Questi artisti sono venuti molto prima di me ed ora sento che è nelle mie mani il testimone di portare avanti il loro messaggio. Io non butterò il bastone, lo terrò nelle mie mani e farò in modo che questi artisti siano fieri all’idea che ci sia un giovane che vede la loro luce e vede le sofferenze attraverso cui loro sono passati. Un’altra fonte di ispirazione è parlare con i miei genitori. La natura è un’altra grande fonte di ispirazione: io amo passeggiare sulle colline, sentire il vento che soffia tra gli alberi o il cinguettio degli uccelli. E’ la vita che mi incoraggia a scrivere musica…

D: Ti ispiri anche ascoltando musica che non sia reggae?

R: Certamente! Ascolto molto jazz, mi piace Al Green e quando ero adolescente ho sentito molta musica di Michael Jackson, ascolto Ray Charles e Stevie Wonder. Michael Bolton mi influenza nel senso di cercare di estendere le possibilità vocali quando cerco una melodia e questo mi farà essere migliore. Ascolto perfino l’opera, Luciano Pavarotti: è interessante sentire i livelli raggiunti da questi artisti con la loro voce e questo non per imitarli ma per cercare di sperimentare nuove tecniche per esprimermi più completamente.

D: Parliamo di spiritualità: sei Rasta dalla tua nascita?

R: In Giamaica è facile incontrare dei Rastas, Rastafari è entrato a far parte di molte comunità e di ogni aspetto della nostra vita ed è una fonte di ispirazione molto vitale. Io sono cresciuto in una casa in cui la religione è cristiana e sono stato tra i primi a convertirmi a Rastafari…

D: Cosi’ non sei l’unico…

R: (Risate) No, sono stato il primo della famiglia ma ora si sono convertiti anche tre miei nipoti. Il fatto di diventare Rasta in una famiglia non Rasta…i miei genitori mi hanno sorpreso perché molti ragazzi in Giamaica dal momento in cui iniziano a farsi crescere i dreadlocks o a leggere la Bibbia vengono osteggiati e discriminati dai loro genitori che non capiscono la loro scelta. Si sentono dire che sono dei buoni a nulla e non combineranno mai nulla di buono nellla vita. Anche se oggi è meglio che in passato molta gente continua a disprezzare i Rasta. Quando ho deciso di essere un Rasta, i miei genitori…noi abbiamo una frase che dice ‘il silenzio significa consenso’…non mi hanno mai ostacolato e mi hanno sempre trattato come un figlio amato. Questa cosa mi ha sorpreso e mi ha fatto sentire il loro amore per me in un’altra luce, a un livello più alto perché mi hanno lasciato il diritto di scegliere e non hanno voluto scegliere loro per me. Sono grato a loro per avermi dato la possibilitò di crescere come individuo adulto. In realtà l’influsso Rastafari mi è arrivato da altre persone, un anziano della mia comunità. Ora lui vive in Inghilterra ma mi ha sempre incoraggiato ad andare a scuola e continuare i miei studi. Trovava sempre il tempo di parlare ai giovani di Rastafari, di essere contro la violenza e cercava di farci capire quanto sia importante avere uno scopo nella vita. Ci ha mostrato cosa Rasta dovrebbe essere ed invece a di come a volte le persone fraintendano i suoi insegnamenti. Ci sono molti Rasta nella comunità, alcuni anziani ed altri giovani come me e tutti quelli che conosco cercano di lavorare duro a sostegno della loro comunità. Questo dimostra di come tutte le cose negative che venivano dette sui Rasta in passato erano sbagliate. Noi facciamo del nostro meglio per essere più utili possibile al prossimo e tutto ciò di cui abbiamo bisogno è una possibilità…I Rasta sono abituati ad essere auto-sufficienti e a sapere di poter contare sulle proprie forze perché in passato nessuno offriva loro lavoro, nessuna istituzione si sarebbe fidata di un Rasta. Dovevano fare delle scope e venderle in giro per le strade per guadagnare il denaro per mandare a scuola i loro figli ed erano addirittura perseguitati dalla società. Di recente però la società ha iniziato ad aprirsi ed essere più civile nei confronti dei Rasta…ora ci sono Rasta che fanno professioni come gli avvocati o i professori ed è veramente un grosso passo avanti…si stanno rendendo conto che io sono te e tu sei me e non ci sono differenze tra noi, abbiamo lo stesso sangue, sorridiamo e piangiamo allo stesso modo, una persona con i dreadlocks è uguale a una senza dreadlocks. Uno dei nostri problemi in Giamaica è che siamo troppo vicini all’occidente, agli Stati Uniti ed alla loro influenza negativa. Nei Caraibi siamo ad un’ora di viaggio da Miami e riceviamo molte cattive influenze dal modo di vivere americano. Dovremmo seguire di più la filosofia e gli insegnamenti di Marcus Garvey a proposito della nostra terra madre, l’Africa, dovremmo africanizzarci di più per capire quello che hanno passato i nostri antenati ed avvicinarci di più alla cultura africana.

D: Sei affiliato ad una particolare confraternita Rasta?

R: Questo è un argomento molto serio. Ci sono gli Ortodossi, i Twelve Tribes, i Bobos, i Nyabinghi ed io mi sento vicino a loro. Io porto il turbante ed a volte sono scambiato per un Bobo, ma spesso i miei locks scendono sciolti lungo la mia schiena. Comunque molta gente non sa il significato di certe cose: in Etiopia portare il turbante ha un significato rituale e devi essere un Gran Sacerdote per poter vestire vesti di certi colori, cosi’ non è una semplice moda ma molti Rasta non capiscono lo scopo del turbante e che certi colori devono essere indossati solo in certe occasioni ed il significato di queste cose è molto profondo. Quello che cerco di dire è che in realtà non dovremmo preoccuparci delle mode ma avvicinarci alla gente e mostrare loro amore in diversi modi e cosa significa essere Rasta. I Rasta prima di noi venivano frustati dalla polizia solo perché portavano i dreadlocks ma i poliziotti erano neri come loro. Dovremmo occuparci del presente e lottare per la libertà di espressione, la libertà di stampa, di pensiero, combattere la povertà, restare uniti e costruire una grande organizzazione. Dovremmo raccogliere fondi per aiutare i poveri e ragionare di più sullo scopo di essere Rasta invece di accapigliarci su chi ha ragione o torto. Dobbiamo educare le nostre comunità ed il nostro paese e liberare la Giamaica dalla terribile violenza che vi regna. Questi scopi sono più importanti di una singola affermazione individuale. Rasta ha molto da dire su giustizia e diritti umani e dovrebbe partecipare alla vita politica e non esserne impaurito. Per cambiare la società dobbiamo impegnarci all’interno del sistema, siamo soggetti alle stesse leggi e se crediamo siano troppo rigide e che non ci sia giustizia per i più deboli, dobbiamo impegnarci nel sistema per cambiare le leggi e migliorare le condizioni generali. Non possiamo permetterci di rifiutare la politica ma cercare di farne parte.

D: Come lavori alle tue composizioni? Ascolti i ritmi prima di fare i testi o componi usando la chitarra?

R: Un po’ tutti e due i metodi: Qualche volta cerco idee suonando la chitarra, qualche volta mi arriva un’idea improvvisa e devo mettermi a comporre subito, qualche volta un produttore mi fa sentire i suoi ritmi e mi chiede qualche pezzo, oppure non ha nessun ritmo e mi chiede se ho qualche idea.

D: Ti capita spesso di lavorare con produttori stranieri : cosa pensi di chi non è giamaicano ma cerca di produrre reggae in Giamaica spesso collaborando con musicisti locali?

R: E’ bellissimo! Ci fa capirei l grande interesse internazionale per la nostra musica ed il fatto che la nostra musica sta ispirando investitori stranieri. Sono molto sorpreso della qualità della musica di questi produttori italiani, tedeschi o svedesi…E’ stupendo perché puoi trovare nella loro musica tante belle cose che i produttori giamaicani hanno perso nel corso degli anni. Il motivo per cui mi piace lavorare con loro è che hanno studiato il reggae e la sua provenienza e sanno benissimo come produrre musica di qualità. Cerco sempre il meglio per la mia musica e non è una discriminante l’origine del produttore con cui lavoro.

D: Hai fatto grandi albums come ‘Love so nice’, ‘Smile’ e l’ultimo ‘Tough life’: lavori specificamente al planning di un album oppure scegli i migliori singoli che hai fatto per avere il migliore risultato?

R: Credo sia normale pianificare gli albums: la mia filosofia quando penso al contenuto del mio futuro album è di non riempirlo di singoli che sono già reperibili in commercio. Voglio che chi compra i miei CDs senta tracce completamente nuove e inedite che sono reperibili solo comprando l’album, perché una cosa è l’album ed una cosa completamente diversa i singoli. In realtà negli albums metto i migliori due o tre singoli già usciti ma mi fermo li. La differenza tra un brutto album e uno di qualità è spesso nel fatto che il brutto album è una compilation sensa senso di singoli già usciti, mentre la qualità di un album sta nel fatto che è un progetto specifico.

D: Mi sembra sia difficile in Giamaica concepire buoni albums perché i produttori che cercano il guadagno facile non hanno scrupoli nel pubblicare raccolte discutibili…

R: Ti sbagli. Non è difficile fare lavori di qualità. Penso che il problema in Giamaica sia che questi produttori non vogliano ricompensare adeguatamente gli artisti e cercano di sfruttarli, spolpando letteralmente il business e lasciandone solo le briciole. Alla fine il pubblico non compra altro che un album con la consistenza delle briciole. Tra l’altro non puoi cibare gli artisti con le briciole. Quando VP vuole far uscire un CD di Junior Kelly, cerca tra i vari produttori le tracce e loro gli inviano brani già editi su singolo. Altri produttori sentono dire che VP cerca le tracce e li contatta a sua volta per offrire le loro tracce. Loro lo fanno solo per denaro, per intascarsi le royalties ed io perdo il controllo sul modo in cui il mio materiale viene pubblicato. Ci sono produttori che ammucchiano le tracce in attesa che VP si faccia avanti. Per questo ho detto a VP che se si comporteranno in questo modo io non supporterò in nessun modo un eventuale CD. Molti produttori agiscono per risparmiare denaro ma non fanno la cosa migliore.

D: Parliamo di alcune tracce di ‘Tough life’: in ‘Someone loves you honey’ il tuo stile si fa vicino a quello di foundation deejays come I Roy e Big Youth…

R: E’ un’idea che ho avuto io stesso…Ho sentito l’originale, un vecchio hit di J:C. Lodge e siccome aveva questo sapore dal passato ho pensato che l’unico modo per farla fosse usando il vecchio stile dei padri.

D: In ‘Tough life’ c’è anche una combination ‘virtuale’ con lo scomparso Dennis Brown: chi ha avuto l’idea di farla?

R: L’idea l’hanno avuta Sly & Robbie, i produttori della traccia originale di Dennis Brown, insieme a Joel Chin della VP: quando stavo lavorando all’album passavo molto tempo in studio con Sly & Robbie ed un giorno ero a casa e ho ricevuto una chiamata in cui mi chiedevano se volevo duettare in un pezzo con la voce di Dennis Brown. Anche se non sapevo quale traccia avessero in mente ho risposto subito di si, sono andato in studio ed ho scoperto che si trattava della magnifica ‘Hold on to what you’ve got’. Registrarla è stato un grande piacere.

D: Hai mai conosciuto in persona Dennis Brown?

R: Purtroppo no. Negli ultimi anni della sua vita quando lui era in Giamaica io ero fuori e viceversa. Per questo non ho voluto perdere l’opportunità di duettare con la sua voce grazie a Sly & Robbie.

D: Hai iniziato molto presto ad esibirti all’estero: cosa ti colpisce del pubblico italiano?

R: Il pubblico italiano è molto intenso, ascoltano attentamente e sanno riconoscere la musica di qualità. Amano maggiormente il roots e cercano nella musica qualcosa che li aiuti a vivere meglio la vita di tutti i giorni, cercano supporto nella musica e la sentono con il loro cuore e la loro anima. Dopo i concerti mi ringraziano per la mia musica e questo è molto toccante. Il pubblico italiano da un senso a ciò che io faccio e credo con la mia musica di dare un senso alla loro ricerca.

(intervista apparsa su Superfly n.2 2006)

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Profilo e discografia di Dennis Alcapone


Vibesonline.net - 2006

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Foto Jacopo Puggioli


JUNIOR KELLY

This is our very first interview to this inspired and important reggae artist!!!

D: How you decided to be a reggae artist?

R: Music choose me, I never choose music, yunno, it just swallow me up and bubble me up, before I know it I’m doin’ it, it’s something that takes all of you, you can’t really put a specific date on it because I mean it for the love and not for the dollars, I mean to see the people and enjoy themselves and knowing we are one, it doesn’t matter where we are in the world, it’s a privilege to come to Italy to spread the message of reggae with the fans, with the people, with the audience, I never decided to be a musician, it’s music that choose me.

D: Did you start as a lot of other artists as youth singing in church?

R: My brother Jim Kelly, that was his name, he died in ’83, he used to do it on a sound system, Kilimanjaro back in Jamaica in the late 70s early 80s, and he was the first one who took it out of my house and bring it in the streets and having people loving his music. It was intriguing for me to see artists come in to check him at home, people like Charlie Chaplin, Josey Wales, U Roy, Brigadier Jerry. They used to come to the house and I did listen to them while talking about how they did put together songs, people like Super Cat, I found it very intreresting from those times, exciting to see how they lived together, how they did create music. After his passing in ’83….

D: It’s interesting you did name just deejays, so probably you were determined to be a deejay since then…

R: No, I never tought that, I’m the youngest one in my family so I was going to school and just getting time to be around them it was a pleasure. After that I founf more more time to do music, starting out writing music. I used to select for a sound system first, talking for introduce the songs and then I started to perform in my neighbourhood, in my community, so it takes me over….

D: You became huge about in 2000 with ‘Love so nice’ but we know your very first single was relased in 1985 with the title by ‘Over her body’: what kind of tune was?

R: It was a love song, I’m always fascinated with love, I grew up in my home where my mother and my father they love each other and they show this love everyday so it’s easy for me to write about love.

D: About ‘Love so nice’, is there any particular story behind that tune?

R: Yes, it’s strange enough, I was stayin’ in Boston, Massachussets, in USA and the apartment next to mine, where I was, there was this jamaican bredren living there with this american woman and they used to fuss and so I used to hear it next door, while I was there it was winter of 1998 and I was listening to Bob Marley, I was listening to ‘Stir it up’ at the time, their fuss was to ongoing but at that particular time in that particular day I was listening ‘Stir it up’ so they were quarreling and fussing and there is a part i ‘Stir it up’ where it’s only intrument, there was no voice and just the riddim. It just come from outta nowhere like magic, ‘if love so nice, tell me why it hurts so bad…’, because when at the peak of love, when you’re in love there is nothing to compare to that feeling and when it’s really bad, yunno, it’s nothing to compare to that feeling. A lot of times You’ve been hurt before by love and you might get over it, but you always tempted to take a chance again at love, so ‘if love so nice, tell me why it hurts so bad…’

D: Did you imagine to get so successful with that tune?

R: No no no, I love my songs as the creator of it, I don’ t treat anyone of them differently, I created them so I did dedicated to each of them the same amount of attention. When it did happen I wouldn’t surprise that I eventually finally came on the scene, and make it with a song, what surprised me is I didn’t know which one of the song would do it. Everybody was telling me ‘your writing skills is very good etc…’ so it was just a matter of time but this is the only thing that surprised me is the song but not the fact it happened to me actually. I did know it was going to happen but I didn’t know with which song was going to make it happen.

D: You can ride dancehall riddims with good results but your best tunes are on the more traditional one drop riddims: what are your main musical influences??

R: I have principles and values and boundaries that I wouldn’t cross as a human being as a humanitarian…principles of love of life and people, boundaries I wouldn’t cross. I can ride the dancehall riddims and I do one drop fairly well but I don’t want to confine myself to a particular riddim, I can put a cultural song on a dancehall riddim, but is very hard, a lot of dancehall artists can’t write tunes on one drop riddims, they can ride just dancehall riddim, but I’m blessed with talent to do it on both sides, but you have to be something that is spiritually good and something that is clean and rich in quality, so I’m glad that I’m able to do that because it shows not only class, it also shows more flavour, it adds more flavour to your style, when you can do it on the dancehall riddim and you can do it on the one drop too, because I don’t want to be one-dimensional I want to have many different moods and issues and styles and when you’re talking about Junior Kelly and you’re listening to his albums, you can see different flavours…music is music, when I get an inspiration, if it comes and comes in a blues form like for example ‘Well run dry’, I’m going to do it, I see it as a challenge, I see as an adding of quality and flavour, melody, harmony, instruments. It’s the whole aspect of creation that is fascinating me…I’m not going to typecast myself or pidgeonhole myself as doin’ just roots reggae. This will enhance my products and the longevity of reggae music.

D: And in terms of consciousness to develop a certain message through the lyrics what are your main influences?

R: That’s a good question! My influences are coming to various places, I pick up the paper and read the international news and see what’s happening down in the Philipines and all this excitement that has been created about christianity and muslim faith and I can see what’s happening in Iraq or Afghanistan. This inspires me to put it in words to make the life a little bit better for those who are suffering both there and here, I get inspiration by watching kids in conversation, I get inspiration by listening to the old music like Burning Spear, Israel Vibration, Ken Boothe, Alton Ellis, yunno, the old school, I’m talking about Peter Tosh, Bob Marley, Bunny Wailer, The Congos and I get a sense of purpose, a sense of being, knowing that they came before me and they set it, it’s now in my hands to bring it further, and I will not drop the baton, keep in in my hand and let them feel proud to know that at least there’s nother artist in this time that see the light, see what we’ve been through, respect what they’ve done and just deal on that, they are a serious serious inspiration, when I’m in my house, just looking at my children and reasoning with them, talking to my mother or father is an inpiration, the nature is another great inspiration, I love to go into the hills just to hear the birds and the wind blowing through the trees, all that serves as an inspiration. The life encourages you and keeps moving you…

D: Do you have any inspiration from non-reggae artists?

R: Of course, I listen to a lot of jazz, I listen to people like Al Green, back in the days as a young kid I did listen to a lot of Michael Jackson, I listen to Ray Charles, Stevie Wonder. Michael Bolton is influencing me in the sense of checking the voice and what to do with it in terms of melody, that only can let me be a better artist, I listen to even opera, Luciano Pavarotti, is very interesting what they do with voice and not to mimic tham but to experiment, to further enhance me as an artist, my voice, my quality.

D: About your spirituality: are you a Rasta from your birth?

R: In Jamaica you always come across Rastas, Rasta is in every community and in every aspect of our society, it was and still is a vital source of inspiration. I grew up in a christian home but actually I am one of the first Rastas in my family…

D: So you’re not the only one…

R: (laughter) No, I was the first but now I have three nephews that came after me, but I am one of the first in my family. The thing about being a Rasta in a family that is not really Rasta oriented from beginning…they surprised me because a lot of Rasta in my country when they started to grow their locks and read the Bible a lot, they tend to get a lot of resentment from their mothers, fathers, brothers and sisters, saying that they’re good for nothing, worthless, they’re not combining anything in life…a lot of people in society don’t deal with Rasta even now…it’s a little bit better than in the past years…when I decided to be a Rasta my mother and my father…in Jamaica we use this phrase ‘silent means consent’…they never resented me but they just greeted like their child. That surprised me with my father and my mother and it give me a different sense of love for them, on a higher level because they give me the right to choose, yunno, they never choose for me and they never resent me for that, so I’m really grateful to them for really give me the chance to grow as a man, as an adult. I didn’t have influences from my family to be a Rasta, influences were from outside, a lot of elders in my community, a bredren named Michael Manley…

D: Same name than the ex-Prime Minister?

R: Yes, actually his parents named him after the Prime Minister…he’s living in England now…he always incouraged me to go to school and get an education, he always did find the time to speak to the youths in the community about Rasta, he’s a man that is against violence and he always give the youths a sense of purpose, he really did show a side of Rasta…what Rasta should be and what Rasta are in Jamaica…there are a lot of other Rastas in the community, some of them are elders, some of them are young like me, and they’re trying very hard to be viable and hard working people in the community. This really shows me what they really said back in the days about Rasta was wrong…we are people and we are progressive and we can be as good as the best…all we need is an opportunity and a chance and that’s why back in the days Rasta became self reliant, there was no one in the society that give them a job, no institution would take a Rasta back in the days. They had to make brooms and sell it on the streets just to send their children to school because they were persecuted by the authority. Recently the society started to open and be more civil to Rastas…now Rastas are nurses or doctors and that’s a really really big step…they realised that I am you and you are me and there’s no differences, we have the same blood and the same laugh and the same crying. One problem is that we are so close to the west, the western influence, America…we are in the Caribbean and we are at an hour from Miami, we get a lot of westernised ways in Jamaica…we should follow more the philosophies and teachings of Marcus Garvey about Africa, that’s where we are from, we need to be africanized, we need to understand our foreparents and what they’re been through to be there and appreciate Africa. The society have to start to accept ourself because with or without dreadlocks we are the same people.

D: Are you close to a particular Rasta family?

R: That’s a very very serious topic. There are the Orthodox, The Twelve Tribes, the Bobo, the Nyabinghi and that’s me. I’m wearing my turban which depicts Bobo and next time you see me my locks are down because a lot of people don’t know this. In Ethiopia wearing off the turban is ceremonial and you have to be a high priest to wear certain colours, so it’s not a fashion thing, it’s a very important thing but a lot of Rastas don’t understand the purpose of the turban and so forth, there’s certain colours you wear certain dates, it’s signifying something. What I’m trying to do is bridge the gap with the music and also me as the person to be an example to other people to show them that we as Rastas we must show love in many ways. The Rasta before us they used to be flogged by the police just for their locks but the police and Rastas had the same colour. I’m trying to let them know to put a sight on these new issues and we as a Rasta should fight for the freedom of the press, freedom of speech, fight poverty, we need to come together and set up an organization. We get to fund raise in order to feed the poor and that’s the purpose of Rasta other than who is right and who is wrong. We have to educate our community and our country, help to fight crime and violence in Jamaica which is very terrible, that’s more important than any indivisual opinion. Rasta knows so much about human rights and justice to get into politics, don’t be afraid of politics sayin’ that is the Babylon system . In order for us to make a change in our society we have to bring the system down from within, we are in the system, we are subjected to the same laws and rules so if you think the rules are too tight and resctricted and there’s no flexibility, there’s no hope for the poor, we need to infiltrate the sytem and make it better for the majority of the poor. So we cannot stay away from politics, we have to be a part of it to make a difference.

D: How you work on your songs? Do you listen to the riddim before and then you write the lyrics or you jam with a guitar or something like that?

R: A little of both: sometimes I jam with a guitar, sometimes ideas came to you and you start writing, sometimes you’re approached by a producer with some riddims, so it varies. Sometimes a producer approaches me and he does not have any riddim but he asks if you want to do a song for him and you must come up with an idea.

D: You did voice a lot of tunes for foreign producers: what do you thing about foreign people doin’ reggae in Jamaica using jamaican artists and musicians?

R: It’s great! It shows the international interest, it shows the inspiration that our music is for foreign investors that are investing in reggae. I am extremely surprised about the quality these producers coming from Italy, Germany…it’s wonderful, most of the things the jamaican producers have lost through the years you can find it in their music. The reason why I love to record with them is because they studied the music, the roots and where this music is from, and they know what to do in order to produce quality music. I try to put more imputs as possible in my music, no matter which the producer is.

D: You did great albums like ‘Love so nice’, ‘Smile’ and the last one: are you planning your albums or you just collect the single tunes in order to get the album?

R: Like any good artist, you got to have a plan: my philosophy while creating an album is not to flooding it with singles that’s been out there. I don’t want to do that: when I put out an album you must hear tracks that you never heard before nowhere, the only time you can get that track is on the album, because album is album and singles is singles, if we put one or two, maybe three good singles been out there on the album, that’s fine, but not flooding it with 45. I go to the studio tu create tracks to be put on the album. That’s the difference between trash works and quality: trash work is when you flood the album with 45 that everybody already have, and the quality is when an album is a specific project.

D: I think that’s no easy way because a lot of producer wanting easy money are flooding the albums with 45 because it’e the easier way…

R: You’re wrong: it’s not hard to put out quality works. I think our problem in Jamaica with these producers is they’re cheap, and another thing is they’re hustling the business, hustling it down to the bones, picking the meat off to the flesh and let off just the bone, meaning that when the general public is buying an album he’s buying the bones. You can not feed the people with bones. When VP wants to put our an individual album checking producers for Junior Kelly tracks and they’re sending them two or three tracks, it’s music that’s been already out there. If the producers hear about that album they will call VP and offer for their J.Kelly tracks. That’s pure hustling for money. They want straight cash: I know producers in Jamaica that are stockpiling my music and waiting for the chance VP to call them. I call them trash producers.That’s why I said to VP ‘please do not collect J.Kelly 45s all over the place in order to put together an album with me, because I won’t support that.’ I want to go in the studio andbuild tracks for the album. That way is cheaper but I think cheaper is not better sometimes.

D: Can you tell me something about ‘Someone loves you honey’? In it your singing like foundation deejays like U Roy or big Youth…

R: That’s a concept I created…I listen to the track, an old hit by J.C.Lodge and I decided to use the old way to rhyme because it's an old hit, so it’s a good day to complement it.

D: In Tough life’ there is this ‘virtual’ combination with the late Dennis Brown: who got the idea to do it?

R: The idea came to Sly & Robbie, the original producers of that track and to Joel Chin of VP:when we were putting together the album we spent a lot of time at Sly & Robbie’s and while I was at home I got a call and they asked me if I would love to do a track with the voice of Dennis Brown, but I didn’t know which tracks. I went to the studio and they played this wonderful D.Brown ‘Hold on to what you’ve got’. I said ‘Yes, I’m going to do it’.

D: Did you know D.Brown in person?

R: Unfortunately no. He was over here and I was over there so we never get to meet. Thst’s one of the reasons I jumped into the opportunity to do a track with his voice. Give thanks to Sly & Robbie.

D: You started very soon to perform abroad: what do you like about italian audience? Which differences are you experiencing between US and european audiences comparing it to the jamaican ones?

R: Italian people they’re more intense, thay listen and they know when they’re litening trash and when they’re listening quality music. They’re more rootsy, they need something to help them to get by on daily basis and they find sustenance from the music. They really feel the music in their soul and in their heart. After the concert they approach me and say ‘Junior, thank you for coming’ and for me it’s touching. Italian people give me a sense of purpose and in the same time I give them a sense of purpose. The differences between US audiences and european ones: there’s a big thing in USA in the East Coast, like NY, Boston, Philadelphia and West Coast or Midwest. In the Midwest they love roots because they feel how important is living in a society like America, they’ve been mislead and brainwshed with the politics and the media so they need something good to hold on to. Something that cut off the bullshits and get right to the point and be truthful to them. Into the East Coast they’re more into the bling and the gold chains, jewelry and big cars and naked women. They’re into the hype. That’s why I blame some of the record companies because reggae is not as mainstream as could be. If reggae get just a fraction of the chance that hip hop have would be on top in the american market. Reggae have so much more to offer to the american public. The record companies don’t encourage that because reggae message is too powerful. They want to hide the truth and brainwash the youth. In Jamaica we do the reggae and we manufact those thousands of 45s, they love the music on both levels, the dancehall levels and the roots level but they have short attention, they move into the next thing too quickly, they don’t really absorb the music and the message,they’re too much on the assembly line.

 



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