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GODZILLA SOUND: dieci anni di passione!


Nella foto: Marcello 'Gozzy' al mike

A cura di: Pier Tosi


Il 2006 e’ un anno importante per Godzilla Sound perche’ segna il raggiungimento del decimo anno e cioe’ dieci anni di passione enorme per il reggae bruciata attraverso tantissime dances in tutte le regioni d’Italia. Sicuramente l’apporto dato da Zio Marcello in questi lunghi anni per diffondere la cultura del sound system nel nostro paese è cruciale. Lui stesso ci racconta di persona tante cose nella sua intervista ma vediamo di tracciare una breve storia di questo importante sound: sulla scia di altre esperienze scaturite a Bologna anche e sopratutto dalla creativita’ dei ‘fuorisede’ come per esempio l’avventura Sud Sound System e l’attivita’ di centri sociali storici come L’Isola Nel Cantiere, il Pellerossa e il Livello 57, Marcello fonda nel 1996 il Godzilla Sound dopo varie esperienze come reggae deejay affiancandosi all’altro ‘sound’ storico della citta’ e cioe’ Vibra Sound. Fin dai primi anni c’e’ una grande volonta’ di imparare e di allargare il raggio d’azione: attraverso l’organizzazione di eventi Godzilla stringe importanti amicizie con crews storiche come One Love Hi Powa o Digital Sound e con ragazzi che piu’ o meno nello stesso tempo stanno percorrendo la stessa strada come per esempio i lucchesi Black Heart. Fanno gia’ parte della crew di Godzilla abili vocalists come Papa Ricky e Metto Pati e Marcello e’ affiancato alle selezioni da Giovanni. Diversamente da oggi l’impianto, il piu’ delle volte autocostruito, è considerato un elemento fondamentale del sound ed un sound non si considera tale senza i suoi amplificatori ed i suoi ‘boxes’. Godzilla e’ un protagonista dei raduni RAS (Reali Autentici Sounds) che si svolgono ogni anno a Roma per unire tutti i sounds italiani. Nel frattempo arrivano esperienze importantissime a Bologna come l’organizzazione di eventi come per esempio le esibizioni ‘inna showcase style’ di Linval Thompson ed Anthony B e la primissima esibizione in citta’ di David Rodigan, oltre a molte altre dances. Gli anni corrono e dai primi tempi pionieristici arriviamo ad anni di vero e proprio boom del reggae e del rituale della dancehall. Ovviamente Godzilla e’ presente come una delle realta’ piu’ importanti e riconosciute d’Italia. Si iniziano a ‘tagliare’ dubplates di grandi artisti giamaicani ma si valorizza la scena italiana con gli esclusivi di artisti emergenti ed assai meritevoli di attenzione, l’r&b, il soul e l’hip hop fanno capolino nelle selezioni ad unire ‘rude boys’ e ‘B-boys’. La creativita’ di Marcello passa anche attraverso l’attivita’ del suo studio bolognese, il Dubzilla Studio. In tempi relativamente recenti ricordiamo a Bologna l’organizzazione di un bellissimo Dancehall Queen Contest, del Rise, un concertone in cui la Bag-A-Riddim band ha supportato i migliori dancehall vocalists italiani in una sorta di Sting Concert nostrano e di uno Shoot Out 45 di giovani crews bolognesi vinto da Senza Freni. Questi sono comunque solo alcuni degli eventi organizzati dal sound che per primo ha portato a Bologna personaggi cruciali della scena italiana come One Love Hi Powa e Bass Fi Mass e grossi nomi della scena mondiale come per esempio i vincitori del World Clash 2005 Sentinel. Dei vari cambiamenti del suo stile ci parla Marcello nell’intervista: parecchie cose si intuiscono comunque all’ascolto del mix-CD 'The twelve step program 'con cui Godzilla Sound celebra questo importante traguardo.


D: Come ti sei avvicinato al reggae ed hai deciso dieci anni fa di fondare un sound system?

R: Ho sempre ascoltato musica fin dall’eta’ di sei anni dai Bee Gees che ascoltavo da bambino su di un mangianastri Sanyo ed ho avuto una evoluzione fino ad arrivare al reggae nella prima meta’ degli anni ottanta. L’esigenza di fondare il sound e’ stata una cosa un po’ diversa, nel senso che e’ derivato dalla necessita’ del fare tutto autonomamente nell’etica del D.I.Y. (Do It Yourself) e poter creare le dancehall autonomamente. Dieci anni fa abbiamo iniziato ad assemblare le parti dell’impianto per poter arrivare nel posto dove si suonava ed avere bisogno solamente di una presa di corrente. Tornando alla musica, nella mia vita ho sempre sentito un po’ di tutto e sono sempre stato influenzato dalla black music: c’erano momenti in cui ascoltato solo jazz e fusion assistendo a vari concerti al teatro di Catania ed avendo la fortuna di poter ascoltare, tra gli altri, uno degli ultimi live di Jaco Pastorius, momenti in cui ascoltavo solo del punk rock, tra l’altro ho militato come bassista in una punk band…Forse proprio le liriche delle canzoni punk mi hanno avvicinato al messaggio del reggae, credo che il reggae sia l’unica musica che riesca a parlare di cose molto serie, rivoluzionarie e di realta’ e di vita di strada molto povera, mantenendo un approccio solare e molto legato al godimento puro della vita…

D: Con il sound ha un po’ passato diverse fasi e generi fino ad arrivare al tuo stile attuale…

R: Dieci anni fa non c’era una conoscenza approfondita del reggae, eravamo, o meglio eravate in pochi ad avere una conoscenza molto approfondita, per cui molte cose abbiamo iniziato a conoscerle mentre le suonavamo. Mentre facevamo ascoltare le ultime cose che avevamo comprato per posta dall’Inghilterra o da One Love ervamo anche noi stessi che le apprendevamo ascoltandole. Agli esordi suonavamo molto dub e roots: prima di mettere su il sound suonavamo in giro del dub digitale inglese…dopo un concerto di Beenie Man al Rototom nel 1998 quando era ancora anche un locale, ho iniziato ad apprezzare maggiormente la dancehall. Prima non amavo molto certe tematiche ma quel concerto mi ha convinto ad allargare il campo dei miei ascolti e a capire che per poter fare una buona scelta bisognava conoscere tutti gli aspetti della musica reggae e cercare di non avere preconcetti. Devo confessare che oggi sono tornato un po’ indietro e ho lasciato in parte la dancehall per tornare al piacere di ascoltare cose più melodiche, ho ripreso fuori molti dischi lovers e mi sono allontanato un po’ dalla tradizione Rasta perche’ pur considerandomi una persona spirituale non le sento molto mia. Diciamo che ho molto bisogno di sentire belle melodie e questo si riflette nel mio mix CD…

D: Infatti il CD ha uno stile molto rilassato e poco frenetico. Vuoi parlarmi del concetto che c’e’ dietro a questo lavoro?

R: Era un po’ che pensavo di fare un mix CD e l’ho fatto uscire ora per celebrare i dieci anni di Godzilla Sound. Prima di fare la selezione ho pensato molto a cosa volevo in realtà fare: non volevo fare una selezione molto serrata come a volte faccio dal vivo e quindi ho lasciato scorrere i pezzi per fare in modo che si apprezzasse anche il testo. Mi piacerebbe che i giovani selecters non si limitassero ai ritmi delle canzoni ma cercassero di ascoltare i testi…La prima meta’ e’ tutta lovers e ha come ospite l’ottimo Fido Guido con un brano esclusivo. Mi piace molto l’originalità delle sue melodie nel panorama italiano attuale. La cosa grande di Guido è che lui è un musicista e nel suo CD oltre a comporre la musica ha suonato tutti gli strumenti. La parte che amo di piu’ e’ quella che segue con i quattro o cinque brani che sono reggae covers di brani soul, c’e’ Dennis Brown e U Roy sulla version, una cover degli Isley Brothers fatta da John Holt, la cover di McFadden & Whitehead fatta da Willie Williams, c’e’ ‘Slave’ di Derrick Harriott che ho ricampionato e insieme a DJ Shablo che collabora ormai con il mio studio di registrazione (Godzilla Studio) e ci ho ricavato un ritmo su cui cantano Neffa, Gopher, Kaos e Moddi in stile hip hop…Il ritmo è piaciuto molto e non è escluso che lo useremo per farlo uscire come singolo, anche se sarà impossibile farci uscire sopra quei cantanti, soprattutto Neffa, ma nulla è comunque escluso…A quel punto del mix CD c’e’ una selezione hip hop con un piccolo omaggio a J.Dilla scomparso recentemente con come ospiti Juglia e DJ Lugi. La conclusione è dancehall style con ospiti Gopher e Treble.

D: Come definiresti il tuo stile attuale?

R: Ultimamente compro comunque quasi tutto con l’ottica del collezionista ma la maggior parte dei dischi resta a casa. Come ti dicevo mi piace suonare cose molto soulful e melodiche, ovviamente suono anche dancehall perche’ la gente viene anche per ballare. Cerco di evitare le liriche troppo cattive sia omofobiche che genericamente violente, e questo per una scelta personale perche’ non mi ritrovo in quel genere d cose. Cerco di suonare cose in cui mi rifletto anche se magari solo in minima parte. Ultimamente preferisco serate in cui posso suonare a lungo piuttosto che quelle dove ho solo mezz’ora a disposizione perche’ credo che la lunga distanza valorizzi meglio il mio stile attuale.

D: Come ad altri deejays ti piace inserire segmenti hip hop o soul nelle selezioni: cosa rispondi a chi non ama queste scelte e vorrebbe sentire solo jamaican beats?

R: Rispondo che il bello della musica e’ che e’ tanta e molto varia e spesso e’ bello sentire le versioni originali di certi brani soul ripresi dal reggae. Amo molto la vena soul, che sia in materiale r&b, hip hop, nuovo o vecchio reggae e quindi cerco di andare in questa direzione. Quando sento le serate di altri deejays che si avvicinano a questi miei gusti apprezzo maggiormente la serata. Dalle buone serate mi aspetto che chi suona faccia qualcosa per meravigliarmi e quindi io a mia volta cerco di fare qualcosa per meravigliare il pubblico.

D: Quali sono a livello di deejays i tuoi riferimenti principali, quelli che ti hanno maggiormente influenzato sia tecnicamente che come attitudine?

R: Come attitudine ti direi senz’altro David Rodigan anche per l’amore per questa musica che dimostra in ogni occasione. Io sono legato allo stile dei sounds storici come Jaro, Metromedia o Stone Love. Tra i nuovi ho avuto occasione di apprezzare molto Black Chiney per come stanno sul palco. Ultimamente ho visto molti hip hop sets: uno che mi ha impressionato e’ stato ?uestlove dei Roots facendo una storia cronologica dell’hip hop mixando beats campionati a tempo con le fonti originali. Come ti dicevo spero di trovare a una serata la musica che in solo in parte ho modo di sentire a casa e desidero che il deejay di turno mi invogli con le sue selezioni ad acquistare dischi che ancora non conosco o posseggo. In Italia impossibile non nominare One Love Hi Powa, Bass Fi Mass o Sisma Sound: in passato tutti questi tre sounds sono stati un grosso riferimento ed una scuola, chi per l’uso del microfono, chi per quello dell’uso dei giradischi o il saper far suonare l’impianto. Uno che mi meraviglia spesso per le cose che suona e per come mixa e’ Mad Kid. Gramigna sono un grosso sound che sta facendo tanta strada nella prospettiva dei clashes tagliando molti bei dubplates, anche se ritengo la scena dei clashes meno innovativa di quella del jugglin’.

D: Dieci anni fa eravamo in molti meno e la scena ha avuto una sorta di recente esplosione. Come vedi questa cosa?

R: Devo confessarti che rispetto a dieci anni fa mi pare che la nuova scena dei sounds e deejays manchi un po’ di approfondinento. Negli ultimi dieci anni e’ arrivata internet e quindi ci sono molte piu’ informazioni e strumenti ma questo in molti giovani fa calare gli stimoli…forse avere più difficolta’ a trovare i dischi e le informazioni a noi ci stimolava di piu’.

D: Negli anni hai messo insieme una dub box di tutto rispetto: cosa pensi dell’utilizzo che si fa ultmamente dei dubs o la fantasia che e’ evidenziata da chi registra dubplates per il suo sound?

R: Per un sound e’ sempre bello poter suonare un dubplate. Devo dire che pero’ la cosa si e’ talmente mercificata che si e’ perso un po’ il valore di questa cosa. L’assurdita’ e’ che il valore e’ un po’ calato vista l’inflazione ma aumenta sempre il corrispettivo economico chiesto dagli artisti…Per anni ho cercato di raggiungere molti artisti anche in situazioni disagevoli per tagliare i dubplates. Ultimamente sto cercando di tagliare molto i dubs di amici italiani. Un consiglio per i giovani e’ che se decidono di percorrere questa strada che pensino di mettere poi a frutto l’investimento. L’esempio tipico puo’ essere Gramigna che ha investito molto in dubplates e ha avuto molto successo in vari clashes internazionali che ha disputato. Secondo me avere molti dubplates costosi di grossi nomi giamaicani per fare le seratine nei pubs sotto casa non ha molto senso…sarebbe meglio in quell’ottica promuovere giovani artisti amici che almeno cantano i dubs con piu’ sincerita’. Anche chi ascolta un dub italiano capira’ meglio il senso del dubplate, apprezzando di piu’ in seguito anche quelli giamaicani.

D: Chiudiamo con un consiglio che ti senti di dare a chi inizia ora a fare il deejay reggae…

R: Il consiglio che do sempre è quello di cercare di imparare il piu’ possibile dalle serate di chi e’ piu’ bravo o ha piu’ eseprienza. Io sono malato di dancehall e se non ne vedo almeno una decente al mese vado un po’ in astinenza, ogni volta che ho assistito ad una dance di un sound famoso ho imparato qualcosa che poi a mia volta ho provato a mettere in campo. Non dimentichero’ mai la prima volta che sono andato a vedere Kilimanjaro a Roma: era una delle prime volte che un sound cosi’ grosso arrivava in Italia e c’eravamo un po’ tutti da tutta Italia. Lo stesso vale per i concerti. Cercate di rapportarvi il piu’ possibile a chi ha piu’ esperienza e piu’ nome invece di stare dalla mattina sera a casa a far pratica sui giradischi…

Recensione 'The twelve step program'

Dubzilla Studio



Vibesonline.net - 2006

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