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Artist: Burning Spear
Title: Calling Rastafari
Label: M10/Heartbeat

Recensito da: Pier Tosi


Winston Rodney a.k.a. Burning Spear continua ad essere uno dei piu' significativi emblemi viventi del reggae. Dopo il leggendario inizio di carriera a Studio One e il successo internazionale raggiunto assai velocemente attraverso gli straordinari albums prodotti da Jack Ruby ed i suoi primi sforzi autoprodotti, egli si e' volutamente sottratto alle mutanti stagioni del reggae jamaicano, diventando il maturo autore ed efficace interprete della propria musica che tutti conosciamo.

In tanti anni di carriera ha dato un grandissimo esempio di coerenza, portando avanti la sua poetica basata sulle radici africane, sulla vicenda umana e politica di Marcus Garvey, su Rastafari e la sua idea di 'repatriation', spesso creando e suonando reggae music vicina come non mai alla musica ed alla cultura africana, e svolgendo anche il ruolo di comandante di una delle piu' efficaci armate del roots reggae che si siano mai viste, sempre pronta a portare il reggae autentico ai quattro angoli della terra.

D'altro canto bisogna dire che questa (involontaria) autoalimentazione del proprio mito e qualche calo creativo, peraltro normalissimo per un artista con alle spalle una carriera piu' che trentennale ed una lunghissima discografia, ci abbiano fatto pensare alle volte ai dischi di Spear come dei lavori di routine (sfido per esempio chiunque a non considerare totalmente inutili almeno due dei suoi ben cinque live albums ufficiali).

E' con grande gioia quindi che salutiamo questo 'Calling Rastafari', il suo CD del 1999 come un ottimo album, nettamente superiore al suo predecessore, il seppur ottimo 'Appointment with His Majesty'. Winston Rodney in persona e' il produttore del materiale, mentre il ruolo di engineer spetta, come negli ultimi due albums a Barry O'Hare, uno dei migliori nuovi producers del reggae degli ultimi anni.

La vena creativa e' quella di sempre, ma il roots reggae di Burning Spear ci sembra in questa occasione piu' essenziale ed efficace rispetto ai suoi ultimi lavori: i brani sono semplici come struttura quanto intricati come arrangiamenti nell'intrecciarsi di basso e batteria, percussioni, bellissimi riffs di fiati e spesso intermezzi e code dubwize style. Tutto il lavoro e' permeato di una atmosfera gioiosa, che testimonia lo stato d'animo di Spear in questo suo trentacinquesimo anno di carriera: tra i brani migliori segnaliamo in apertura 'As it is' (Spear che racconta se stesso in una quasi-autocitazione di 'Slavery days'), 'House of reggae', la rilassata 'Brighten my vision', la title-track e 'You want me to' in cui Spear ride di cuore mentre si accinge a chiudere il brano.


Vibesonline.net - 1999

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